Miracolo da Salvare

Quando nel 1959 papa Giovanni XXIII annunciò che avrebbe indetto il Concilio Vaticano II, molti credettero che stava avvenendo un miracolo. Fu il XXI Concilio riconosciuto dalla Chiesa cattolica in duemila anni, ma soltanto il secondo in quattro secoli. In effetti, nei decenni seguenti il Concilio ha avuto effetti inaspettati e, per certi aspetti, miracolosi sulla vita di fede dei cattolici e sul mondo.

Tra tutti questi meravigliosi cambiamenti operati dal Vaticano II, ce n’è uno di cui pochi sanno. È uno dei segreti meglio conservati dell’ultimo mezzo secolo: il miracolo dell’inculturazione. L’inculturazione cristiana è il processo per cui una cultura viene introdotta al Vangelo, accetta la fede in Cristo e, ispirata dallo Spirito Santo, comprende il cristianesimo nei propri termini.

Secondo il vescovo filippino Francisco Claver, gesuita scomparso nel 2010, l’inculturazione è né più né meno che il dialogo in corso tra il popolo e lo Spirito, su come integrare e fare sintesi tra fede

e cultura in un tutto vivente.

Gli attori primari nella inculturazione non sono dunque i missionari, bensì la stessa popolazione locale e lo Spirito. Il popolo scopre come celebrare la liturgia e partecipare ai sacramenti usando simboli, occasioni di incontro e mezzi di espressione che sono parte della propria cultura.

Il Vaticano II ha insegnato che tutte le culture hanno pari dignità. La cultura europea occidentale non è superiore alle altre e ha molto da imparare dalle altre, così come ha da condividere. Dio opera altrettanto bene nelle varie culture e attraverso di esse, rivelando se stesso e la sua grazia salvifica a tutti i popoli, senza favoritismi per nessuno.

E, cosa ancora più importante, Dio entra nelle vite dei popoli essenzialmente tramite le loro espressioni culturali. Un’altra intuizione fondamentale del Concilio è stata l’autentica comprensione del termine «Chiesa». Abbiamo riscoperto che il significato originale di Chiesa era «comunità di fede», realtà che non si riferisce solo al papa, ai cardinali, ai vescovi e ai preti.

La Chiesa universale è la comunità dei credenti a livello mondiale che chiamiamo «il popolo di Dio». Tutte queste persone, assieme al papa, ai cardinali, ai vescovi e ai preti, sono incluse in ciò che chiamiamo Chiesa. Quindi, quando parliamo della Chiesa cattolica, stiamo parlando di noi stessi.

Noi siamo la Chiesa e la Chiesa è noi stessi. Come osservava Francisco Claver, quando il Vaticano II proclamò la validità delle culture indigene, la Chiesa approvò implicitamente la formazione di Chiese basate sulle culture locali, comunità ecclesiali che vivevano la loro fede e praticavano il culto usando l’arte e l’architettura, lingua e modi di espressione, tradizioni e consuetudini delle proprie culture locali. Questa idea delle Chiese locali fu sviluppata ulteriormente da Paolo VI e riconosciuta ufficialmente nei sinodo postconciliari, nei seminari accademici e nelle conferenze episcopali.

Con il loro sviluppo le Chiese locali restano unite a Roma e assieme a Roma divengono una comunione di Chiese locali, avendo Roma come loro autorevole centro unificatore. La

stessa Roma, come sottolineava ancora Francisco Claver, può anche essere vista come

una Chiesa locale, per quanto fonte ispiratrice di tutte le Chiese locali.

DALL’ALTO O DAL BASSO?

Quando Gesù mandò gli apostoli a battezzare e a predicare la Buona Notizia, non chiese loro di

imporre la propria cultura agli altri. Quando Paolo diffuse il Vangelo, non fece adottare ai greci le usanze ebraiche.

Infatti quello che si può considerare il primo Concilio della Chiesa, il Concilio di Gerusalemme dell’anno 50, affermò la linea di Paolo contro il parere della maggioranza degli apostoli. Dopo che Paolo ebbe terminato la sua opera con ogni nuova comunità, lasciò che ognuna

di esse sviluppasse la propria Chiesa locale sotto la guida dello Spirito.

Questo è ciò che intendiamo per «inculturazione dal basso». «Dalle primissime origini – osserva il teologo cileno Diego Irarrázaval – il percorso della Chiesa è stato caratterizzato dalla inculturazione dal basso». Tuttavia, per cinquecento anni prima del Vaticano II, l’opera missionaria era stata guidata essenzialmente dall’alto. «Il missionario non si limitava ad annunciare il Vangelo – scrive

il gesuita e teologo indiano Michael Amaladoss -, ma spiegava come rispondervi, imponendo così le proprie strutture culturali, istituzionali, rituali, teologiche e spirituali, per non parlare di quelle sociali. Il missionario intendeva la propria cultura come cristiana, quindi privilegiata e normativa».

L’arte europea, come l’architettura, la lingua, la letteratura e l’iconografia religiose vennero

imposte alle culture straniere, spesso distruggendo il patrimonio locale. Un vecchio nativo americano descrisse questo processo dicendo che era come se un lenzuolo fosse stato steso sulle

nazioni e le avesse soffocate.

Il Vaticano II si è occupato di queste ingiustizie, riconoscendo gli errori della cristianità e stabilendo alcune linee guida per porvi rimedio. Nei vent’anni successivi, la Chiesa ha fatto meravigliosi progressi nell’inculturazione. Con il ritrovato rispetto per le culture straniere, i missionari nel mondo hanno iniziato a scoprire che i popoli indigeni sono  profondamente spirituali e hanno le proprie modalità nel trovare Dio e pregarlo.

I missionari hanno compreso che queste altre strade funzionavano e arricchivano il loro cattolicesimo. Il Concilio approvò molte innovazioni, specialmente nella liturgia e nei sacramenti. Tuttavia, a un certo punto, verso la metà degli anni Ottanta, questo processo ha perso slancio e molte delle innovazioni si sono fermate.

I cattolici nel Sud del mondo si sono sentiti traditi. I missionari che si erano integrati nelle culture locali, adottando modi di vita religiosa indigeni, hanno ricevuto frequenti critiche da altri sacerdoti o dalle gerarchie. Ancora una volta, l’Occidente sembrava dire ai non europei che le loro culture

non avevano valore. Se volevano essere cattolici, dovevano praticare la loro fede come gli europei. Ma  proprio allora è avvenuto qualcosa di miracoloso.

IL SEGRETO

In Asia, in Africa, in America latina e tra i nativi del Nord America, molte persone hanno cominciato a costituire Chiese locali. Comunità che trovano modi di praticare la fede fuori

dagli standard o che si riuniscono per incontri religiosi e spirituali al di fuori di un edificio di culto, senza un sacerdote, ma guidati dai propri leader, talvolta perché non ci sono preti disponibili, altre volte perché i preti disapprovano queste pratiche. È lo Spirito a guidarle silenziosamente, in modo naturale, anche senza la guida di un pastore.

Popoli che erano stati cattolici, anche per centinaia di anni, stanno riscoprendo le loro radici culturali. Stanno trovando la presenza e l’ispirazione di Cristo dall’interno delle proprie tradizioni spirituali di origine e celebrano la loro fede cattolica attraverso questi simboli e pratiche. È questo il segreto più recondito del miracolo  dell’inculturazione.

Può apparire nuovo, ma esso è antico come la Chiesa stessa. «In America latina – sostiene Irarrázaval – questo avviene all’interno di ogni gruppo culturale. Esiste soprattutto una varietà crescente e irreversibile di espressioni religiose tra le classi povere e medie. Ciò sta portando a una ri-concettualizzazione della fede. Sono queste le nuove sagge inculturazioni messe in atto dalla gente comune, ispirata dallo Spirito Santo».

«Gli asiatici – ricordava Francisco Claver – stanno imparando a rendere la Chiesa “asiatica”, partecipe e integrata in ciò che rende gli asiatici asiatici: le loro culture, i loro modi peculiari, riccamente diversi, di essere umani». I cattolici asiatici, aggiungeva il vescovo filippino, stanno

imparando a «parlare con voce asiatica, ad agire in modo asiatico, perché i membri delle loro Chiese siano autentici cristiani asiatici e gli altri possano capire il Vangelo di Cristo secondo la loro

particolare mentalità».

«L’Asia – ricorda il gesuita Michael Amaladoss – è la culla di tutte le religioni del mondo: induismo, confucianesimo, buddhismo, cristianesimo e islam. I valori fondamentali della persona

hanno le loro radici nella religione. Per i cattolici indiani l’induismo non deve essere un’altra

religione: è parte del nostro patrimonio ereditario, è la religione dei nostri antenati. Pertanto noi non vediamo le sue scritture, i suoi simboli e le sue pratiche come qualcosa di estraneo. Abbiamo il diritto e la libertà di integrarli come parte della nostra tradizione spirituale».

Un prete cattolico che celebra la messa può avere sulla fronte un segno rituale, una variante

della tradizione hindu. L’altare può essere decorato con una lampada di stile hindu e con fiori tradizionali hindu. I preti indossano il kurta come tunica liturgica e avvolgono le spalle con

uno scialle in stile hindu come stola.

Anche gli africani stanno imparando a vivere in armonia naturale con il loro tradizionale senso del sacro, nelle loro tradizioni culturali, nello spirito dei loro antenati e nei rapporti con gli esseri umani. «La mia fede come africano – scrive il gesuita e teologo nigeriano Agbonkhianmeghe Orobator – non è un recipiente vuoto che la religione o un mio superiore devono riempire. È la dimora del Verbo che si è fatto carne e ora vive in mezzo a noi. La mia fede come africano non

è statica, quindi subirà cambiamenti, esattamente come il cristianesimo dovrà cambiare quando si farà carne in Africa».

In Etiopia i cattolici latini celebrano la messa in una variante dell’antico rito copto. Proprio come noi occidentali troviamo il senso della solenne presenza di Dio in splendide cattedrali, dipinti, statue e inni e questi simboli rafforzano la nostra esperienza del mistero di Cristo nella liturgia e nei sacramenti, così un africano sub-sahariano trova la grandiosa presenza di Dio nel ritmo di un tamburo e in una danza rituale, e questi modi di esprimersi rendono la liturgia significativa.

In Tanzania la gente a volte usa come altare grandi tamburi. Gli africani intendono peccato e grazia come relativi alla comunità, non personali e per questo si riuniscono per condividere i riti di guarigione e riconciliazione. Nel suo libro Anatomy of Inculturation, il teologo tanzaniano Laurenti Magesa riferisce la storia di un anziano dell’Africa occidentale il quale, quando gli fu chiesto perché la sua gente non seguiva strettamente gli insegnamenti della Chiesa, rispose: «Mangiamo tutto quello che ci danno, ma lo digeriamo a modo nostro».

(John Francis Izzi, gesuita. Dalla rivista Popoli, Aprile 2012)

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