Il “Primo Annuncio” in Europa

Il “Primo Annuncio” in Europa

L’Europa sta vivendo un tempo di crisi culturale. L’immagine che trovo più adeguata per indicare quello che accade è quella del parto: si sono rotte le acque. L’utilizzo di questa immagine è già una lettura di quello che sta accadendo, perché interpreta la situazione attuale come un processo di morte in vista di una nascita. Dice che i disequilibri attuali non stanno producendo la fine del mondo, ma la fine di un certo mondo e l’inizio di un mondo nuovo.

Di questo nuovo mondo che sta nascendo, la caratteristica fondamentale è quella della pluralità. Siamo ormai in un villaggio globale. Finisce la monocultura italiana e europea ed è cominciata una biodiversità culturale. Questo biodiversità non ha ancora trovato degli equilibri, e quindi suscita paure, resistenze, dubbi, e anche alcuni forti disequilibri.

Che significa vivere la fede in questa profonda crisi culturale europea? Per vederne le caratteristiche e le possibilità accenno a quattro manifestazioni di questa situazione di pluralismo.

a) di religioni: tutte le religioni sono ora in casa nostra, nelle scuole, negli ospedali, nelle città, nei paesi anche più piccoli. Questo sta cambiando, progressivamente, la percezione che i cristiani hanno di se stessi. La gente è passata dalla convinzione che la fede cristiana è l’unica vera, a quella che in fondo tutte le religioni sono uguali (i giovani, in particolare, pensano così: non c’è ragione di preferirne una piuttosto che un’altra).

b) interna al cristianesimo: le altre confessioni cristiane sono sempre più conosciute e familiari. La convinzione ecumenica, anche se tra non poche resistenze, procede verso la direzione della «unità in una diversità riconciliata» (Cullmann): un’idea di unità che intende ricuperare e difendere il valore di ogni singola Chiesa cristiana (= la diversità) e al tempo stesso mantenere in tutte le Chiese la tensione evangelica all’unità (= la riconciliazione)

. Naturalmente una tale concezione è molto distante da quella di una unità dentro la Chiesa cattolica, come assimilazione delle altre chiese cristiane alla Chiesa romana. E’ una “unità oltre”, che apre anche alla percezione cattolica la vigilanza verso un appuntamento del suo Signore che è oltre lei, oltre il suo luogo attuale.

c) interna al cattolicesimo: qualsiasi indagine si faccia sulla fede dei cattolici, i risultati segnalano sempre una costante: quella dei molteplici modi di vivere l’appartenenza alla comunità cristiana e di coniugarne le credenze, i riti, le norme morali. «Ci troviamo di fronte a mondi cattolici assai diversi nel modo stesso in cui si interpreta il senso e l’appartenenza religiosa»

. All’interno della Chiesa cattolica la pluralità è talmente estesa (posizioni personali, di gruppi ecclesiali, all’interno del clero e della stessa gerarchia) da dare l’idea di una vera e propria frammentazione. Per usare un’espressione del sociologo Bauman, anche il cattolico rischia di diventare “liquido”.

d) Una pluralità culturale. Queste pluralità religiose non sono che un aspetto di quella pluralità culturale che è sotto gli occhi di tutti. Internet e più generalmente i media hanno fatto sì che il nostro vecchio paese (quello dove siamo nati noi) sia ormai il villaggio globale. In un attimo tutti siamo in contatto con tutti i punti del mondo, tutte le opinioni, tutti i valori, tutte le culture. Siamo in un supermercato culturale nel quale ognuno fa la spesa mettendo nel carrello quello che ritiene opportuno. E in questo supermarket ci sono anche i reparti del religioso, sia delle religioni tradizionali, sia di un religioso più diffuso, che sembrerebbe in buona salute. È come un grande oceano in movimento. Per questo uso volentieri l’immagine del parto: si sono rotte le acque. Dal punto di vista culturale, c’è una mescolanza tale delle culture, che è una disgregazione del precedente equilibrio in vista di qualcosa di nuovo che deve nascere, ma è ancora il momento dell’impasto, dell’incontro, spesso dello scontro, fra culture diverse.

Questo cambio di quadro del nostro paesaggio incide profondamente nell’autocomprensione di Chiesa e sul suo compito di vivere e testimoniare il vangelo.

A questo proposito possiamo prendere come spia emblematica la trasformazione copernicana che ha avuto la teologia nella riflessione sul rapporto cristianesimo/religioni. Giovanni Girardi, in una lezione tenuta all’Università di Verona sul tema del pluralismo in Europa, faceva il punto su questa riflessione nei termini che seguono. «La domanda sulla salvezza degli “altri” in Gesù Cristo, per secoli ha avuto una risposta prevalentemente negativa (extra ecclesia nulla salus). A partire dagli anni Cinquanta approda alla progressiva convinzione che la salvezza dell’“altro” avviene non nonostante, ma attraverso i “semi di verità e di grazia” presenti nella tradizione religiosa di appartenenza.

Fino all’approccio più recente alla questione: dalla domanda sul se e come le tradizioni religiose abbiano a che fare con il mistero della salvezza in Gesù Cristo dei loro membri, si è passati all’interrogativo sul significato positivo delle tradizioni religiose stesse nell’unico disegno globale di Dio per la salvezza dell’umanità (che resta comunque imperscrutabile, perché “Dio è più grande del nostro cuore”

e dichiara: “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie”

). Il superamento dell’eurocentrismo e la consapevolezza del pluralismo (anche religioso) hanno accentuato ulteriormente il processo di ripensamento del punto di vista adeguato per accostare e valutare le diverse tradizioni religiose dell’umanità.

Si tratta dello sforzo di individuare le ragioni di diritto di questa situazione di fatto: in altre parole la teologia intende verificare se questa pluralità esprima non tanto una lacuna provvisoria della condizione umana, ma risponda invece alla stessa volontà divina. La pluralità di fatto delle diverse esperienze religiose pone ormai il problema di diritto del senso di un simile pluralismo nel disegno di Dio. In questo quadro: “Gli atteggiamenti negativi verso gli “altri” e le valutazioni pregiudiziali rispetto alle loro tradizioni che hanno caratterizzato molti secoli di storia cristiana sono ormai fuori posto: sono, infatti, un passato di cui pentirsi e chiedere perdono a Dio e agli uomini”

».

E’ un bel cambiamento di prospettiva, che pone in termini nuovi il senso dell’annuncio del Vangelo in Europa.

Un nuovo paesaggio per la fede

Per comprendere bene il senso di questa sfida vi invito a vedere, sebbene in modo schematico, come si stia configurando in Europa una nuova geografia per la fede

. Possiamo intravedere quattro aree geografiche, che delineano una mappa diversificata rispetto alla fede e quindi richiedono attenzioni diverse per l’evangelizzazione.

- Dalla rottura alla dimenticanza. La prima area è quella interessata a una vera e propria espulsione della fede dal quadro culturale, fino a cancellare le tracce del cristianesimo. Questa situazione interessa più visibilmente la Francia, il Belgio e i Paesi Bassi, paesi nei quali il cattolicesimo sembra non fare più parte dell’universo culturale. Si tratta, per questa parte di Europa, di una vera e propria rottura nei riguardi della Chiesa e del cristianesimo, considerati nemici dell’uomo, della sua libertà, della sua realizzazione. E’ da notare che questa situazione di rottura è ora seguita da un’altra, più preoccupante: quella dell’oblio, della dimenticanza rispetto al cristianesimo e alla sua storia. Le nuove generazioni semplicemente non sono a conoscenza della proposta cristiana.

- La continuità parziale della pratica tradizionale. Una seconda area è caratterizzata dalla permanenza di larghe tracce di tradizione cristiana, anche se già segnate da un processo di secolarizzazione importante. L’Italia rappresenta in qualche modo questa configurazione, che riguarda alcuni paesi del sud dell’Europa, come la Spagna e il Portogallo, oltre alla Polonia come eccezione tra i paesi dell’Est. E’ una situazione caratterizzata da un processo di secolarizzazione delle mentalità, ma non tale da soppiantare le tracce dei riferimenti cristiani e le abitudini religiose. Questa permanenza della memoria cristiana e delle sue manifestazioni dentro mentalità sempre più secolarizzate sembra resistere al tempo, come testimonia la buona salute della religiosità popolare. E’ una situazione che costituisce allo stesso tempo una risorsa e una difficoltà per l’annuncio del Vangelo.

- La religione privata. Possiamo individuare una terza area rispetto alla fede. Riguarda i paesi dell’Est che hanno subito la lunga dominazione della vecchia Unione Sovietica. Questo tempo “lungo” (1946-1989) è stato segnato dall’accanimento delle persecuzioni, dalla distruzione dei valori morali cristiani, dalla affermata e vissuta negazione dell’esistenza di Dio. La fede cristiana è stata custodita, in questi paesi di dominazione sovietica, in un clima di clandestinità, dentro le famiglie, grazie alla testimonianza dei nonni e delle nonne, dei padri e delle madri. La caduta del muro di Berlino e della Repubblica Sovietica (1989) hanno segnato il ritorno pubblico della fede cristiana nei paesi dell’Est. Ma la liberalizzazione dopo un lungo tempo di clandestinità porta due contraccolpi significativi: lo stemperamento della fede (senza un avversario la fede si sbiadisce) e la sua continuità in forme piuttosto private, fondamentalmente cultuali, con scarsa incidenza sulla vita personale e pubblica.

- La serena non religiosità. Va infine segnalata la situazione della Germania orientale e di paesi come la Svezia, la Repubblica Ceca e ormai anche l’Olanda. E’ un’area che presenta una specificità unica in Europa per quanto riguarda il rapporto con la fede. Ufficialmente nella Germania dell’Est c’è il 4/% di cattolici e il 21/% di protestanti. Il resto della popolazione (il 75% circa) è semplicemente e serenamente areligioso. Si tratta di una non religiosità sentita come normale, che non sorprende nessuno: una areligiosità pacifica. Se qualcuno in Germania dell’Est pone la domanda: «Lei crede in Dio?», si sentirà rispondere: «No, sono completamente normale»

. Ci troviamo in un contesto areligioso stabile

, eccezionalmente resistente a ogni sforzo di missione, e bisogna guardarsi bene dall’insinuare che “l’homo areligiosus” della Germania orientale sia per questo meno attento e sensibile ai valori umani dell’ “homo religiosus” della Baviera o della Polonia o del resto dell’Europa: su questo aspetto, la situazione in Germania orientale è uguale, e per certi versi migliore, di quella della Germania occidentale, ancora fortemente strutturata dal cristianesimo

. Siamo di fronte ad una “terza confessione di individui senza confessione religiosa”.

Qual è il senso di questo tentativo di differenziazione del compito missionario della catechesi in Europa? Ce lo fanno capire i catechisti stessi, interrogati su questa questione. Alla domanda: «Quali di queste aree ritrovate nelle vostre parrocchie?» rispondono che sono presenti tutte e quattro. Dicono che ci sono credenti che si sono allontanati dalla Chiesa con un sentimento di aggressività, persone che continuano la pratica cristiana ma con una mentalità profondamente secolare, uomini e donne che hanno una religiosità privata, “à la carte”, ritagliata a misura sui loro gusti personali,  e infine persone che sono tranquillamente non credenti ma ricchi di una loro interiorità e di una “spiritualità” non religiosa.

Quello che colpisce maggiormente è il fatto che questi catechisti ammettono: «Ritroviamo queste quattro aree nelle nostre famiglie e ad essere onesti dentro ognuno di noi». Alla domanda successiva: «Secondo voi, quale di queste quattro situazioni è la più disponibile a lasciarsi evangelizzare, la più aperta alla sorpresa della bella notizia del Vangelo?», la risposta è la seguente: «La quarta. Coloro che sono serenamente non religiosi sono maggiormente disposti a lasciarsi sorprendere dalla novità del Vangelo e della sua grazia».

Forse abbiamo in questa risposta la chiave per intuire come mai la situazione attuale non sia una disgrazia, ma al contrario costituisca un’opportunità per una nuova stagione della fede. Certo, una opportunità a caro prezzo.

La proposta della fede come supplemento di grazia

Nel panorama plurale dell’attuale cultura l’aspetto che fa più riflettere è proprio questo: molte persone pensano e di fatto mostrano che si può essere umani anche senza essere cristiani. Questa posizione, all’interno del pluralismo europeo nei confronti della fede, sembra togliere il pavimento dal di sotto dei piedi del cristianesimo, privandolo di ogni ragion d’essere.

Di fatto, priva di ogni ragion d’essere non il cristianesimo, ma la forma sociologica che ha avuto fino ad ora: se si pensa che non si può essere umani (e cittadini) senza essere cristiani (come per secoli la Chiesa ha pensato), allora è evidente che questa posizione pacificamente areligiosa è percepita come minaccia del cristianesimo molto di più di quella dell’ateismo teorico o della rottura arrabbiata. Se si coniuga diversamente il rapporto tra il cristianesimo e l’esperienza umana, non nei termini della “necessità”, ma del di più per grazia non necessario ma determinante (La fede come grazia supplementare, nell’ordine dell’eccedenza gratuita, ma tuttavia determinante, André Fossion

), allora dentro la fine obbligata di un certo cristianesimo si prospetta la sua figura nuova, quella appunto di un cristianesimo della grazia che si sente a casa sua in un mondo plurale.

E’ solo dentro una molteplice pluralità, infatti, che il cristianesimo può uscire dalla logica dello scontato, del dovuto, dell’obbligato.

Finisce il cristianesimo scontato, dovuto, di abitudine, di obbligo, perché non c’erano altre alternative. Si apre un tempo di cristianesimo della libertà e della grazia.

L’attuale pluralità europea ci porta a renderci conto meglio di quanto è da sempre contenuto nel Vangelo: la grazia del Signore raggiunge tutti misteriosamente. La sua “grazia prima” raggiunge tutti i cuori. A qualcuno, per un supplemento di grazia, è dato di incontrare il Signore Gesù, di conoscerne il volto, di poter partecipare alla vita della sua comunità, di poter pregare dicendo “Abbà, Padre”, come Gesù, nel suo Spirito. Qui si tratta di “grazia su grazia”

. Questa prospettiva rende più adulta la fede, la introduce dentro uno spazio di gratuità e la conduce a testimoniare il supplemento di grazia ricevuto, perché questo sia disponibile a più persone possibili. Ma sa che Dio raggiunge misteriosamente tutti. Chi ha questa fede culturalmente aperta, sta volentieri con tutti, sa vedere come lo Spirito Santo agisce in tutti, non si sente minacciato dalla differenza, ne è anzi contento, perché è contento di vedere che lo Spirito agisce anche fuori dalla comunità ecclesiale, perché Dio non riserva il suo amore a nessuno.

Una fede così, che sa stare bene nella crisi culturale attuale, coniuga senza problemi appartenenza alla comunità, dialogo con tutti, testimonianza libera e convinta.

Invece una fede che non sa attraversare questa prova culturale, porta inevitabilmente ad atteggiamenti aggressivi nei riguardi della cultura, a rinchiudersi in se stessa, a divenire progressivamente una setta (separata), fino alle posizioni più estreme del tradizionalismo, che altro non è che un auto isolamento culturale e una contrazione del cristianesimo su se stesso.

Lo stile dell’annuncio: nel segno della libertà e della gratuità

Questa visione costruttiva della situazione attuale porta a mettere in atto uno stile di annuncio che ritengo debba avere tre caratteristiche.

- La richiesta di libertà e il suo rispetto come dimensione essenziale della fede. Il cambiamento è, a questo proposito, veramente epocale. Noi siamo passati dal «Cristiani non si nasce, si diventa», affermato nel secondo secolo da Tertulliano in un contesto pagano, a una situazione esattamente rovesciata: “Si nasce Cristiani e non si può non esserlo”. In questa situazione di cristianità sociologica europea, durata per circa 1600 anni,  essere cristiani era scontato e l’adesione e l’ascolto della Chiesa era dovuto. Siamo ora ad un terzo tornante, che potremmo riassumere con la seguente espressione: “Cristiani non si nasce, si può diventarlo, ma questo non è percepito come necessario per vivere umanamente bene la propria vita, tantomeno per appartenere alla propria società”.  In una società pluriculturale come la nostra, la fede cristiana torna dunque al suo statuto originario di proposta libera e di adesione libera.

- La gratuità come stile ecclesiale di proposta. Questa dimensione assolutamente gratuita dell’atto della proposta di fede è oggi culturalmente, soprattutto in Europa e in Italia, la condizione prima di una possibile accoglienza del vangelo. Per chi viene da secoli di fede tradizionale ed obbligata, la sola possibilità di tornare a credere viene dal fatto che i testimoni della fede siano percepiti essi stessi liberi e gratuiti nell’annuncio. Questo richiede da parte della Chiesa di liberarsi dal sentimento di risentimento per l’allontanamento dell’Europa da una concezione di cristianità.

- La maternità (la dimensione fortemente iniziatica) della proposta che fa uscire la catechesi e l’evangelizzazione da modalità semplicemente cognitive. La globalità dell’annuncio pone nuovamente al centro i processi iniziatici della fede e la comunità cristiana, nel suo insieme, come grembo iniziatore. Si tratta cioè di mettere in atto e proporre luoghi nei quali sperimentare e condividere la vita buona del Vangelo.

Primo e secondo annuncio

Il denominatore comune nel quale tutte le Chiese europee si ritrovano rispetto alla situazione attuale è quello di una conversione missionaria della Chiesa nella linea del primo annuncio.

«La nostra attuale situazione pastorale somiglia talvolta all’opera di un agricoltore innamorato della propria terra, egli zappa, concima, innaffia, spesso con grande dispendio di energie… ma nessuno si è preoccupato di seminare in quel campo e gli sforzi risultano sterili! Se la catechesi corrisponde alla coltivazione, il primo annuncio corrisponde alla semina, ed è tale semina a mancare in gran parte della nostra pastorale ordinaria»

.

Questo esempio così semplice dice bene il senso del primo annuncio, che possiamo così riassumere: il passaggio dalla fede presupposta alla fede proposta, da una catechesi che si limita a nutrire un fede già in atto, a un annuncio che mira a fare incontrare il Signore Gesù come bella notizia e a convertire l’ordine delle priorità nella propria vita.

1) Primo o secondo annuncio?

La nozione di primo annuncio però appare ancora sfuocata sia dal punto di vista teorico che della pratica pastorale. Essa fa riferimento a svariate proposte, che mirano ad introdurre nella fede (initium fidei per persone non battezzate), ad aiutare persone credenti a riscoprire con rinnovato stupore il cuore profondo del vangelo, a proporre e accompagnare un ricominciamento per persone che si sono allontanate dalla Chiesa. Penso che rispetto a questa varietà di destinatari e quindi di obiettivi del primo annuncio possa avere senso introdurre la nozione di “secondo annuncio”, e lavorare pastoralmente su di questa.

Ritengo tale espressione adatta a indicare la situazione più estesa e più urgente in Italia e in altri paesi europei, quella di persone che sono state iniziate alla fede, ma che se ne sono allontanate per varie ragioni: per dimenticanza, per trascuratezza, per ostilità, per distacco fisiologico, per esperienze negative con la chiesa e i suoi rappresentanti, per influsso di altre culture o religioni… Per “secondo annuncio” possiamo così intendere le proposte che riavviano alla fede persone che hanno preso distanza da essa. Intendere il primo annuncio come “secondo annuncio” fa uscire da molte ambiguità e aiuta ad accostare correttamente le persone, sapendo che non sono una tabula rasa, ma che hanno un vissuto che va preso in considerazione, lasciato esprimere, rielaborato.

2) La via inversa del primo annuncio

Il contenuto del primo annuncio è il kerigma, intendendo l’annuncio della passione, morte e risurrezione del Signore e alla luce di questa tutta la sua vicenda, la storia della salvezza e il futuro che Dio ci promette.

Tuttavia occorre essere consapevoli dell’inversione, del capovolgimento che la prospettiva di primo annuncio richiede rispetto alla prospettiva tradizionale della catechesi. La catechesi si rivolge a chi è credente e segue l’ordine dell’esposizione: io Credo in Dio, Padre del Signore Gesù, che ci dona il suo Spirito, la sua vita fino al compimento. Amen. Il primo annuncio dice tutto questo, il contenuto della fede, per la via inversa.

Quale è la via inversa? Non è quella dell’ordine dell’esposizione, ma della scoperta. E’ la via dell’attestazione, la via testimoniale. Tutto comincia dall’Amen. Qualcuno si espone attestando (testimoniando) se stesso nella solidità della sua relazione con un Dio che gli dona il suo Spirito, la sua vita. Tutto parte dal sentire una persona e una comunità che pronunciano l’Amen della loro vita credente. Una persona che vive grazie allo Spirito e una comunità (Credo la chiesa) che vive di questo Spirito. A questo punto inizia la risalita che fa scoprire che questo Spirito è lo Spirito del Signore morto e risorto per noi, che ci permette di essere in relazione filiale con Dio chiamandolo Padre. La persona può allora dire “Io credo”, quel credo che diventa speculare all’Amen da cui tutto è partito, vale a dire quella redditio come eco della traditio credente. E’ d’altronde la via del catecumenato.

La grazia di ricominciare

E’ però importante chiarire un punto ulteriore. La posta in gioco degli attuali cambiamenti è il cambiamento della Chiesa stessa, una sua profonda conversione. Anche la vita religiosa è chiamta a questa conversione.

I Lineamenta del Sinodo dei Vescovi sulla nuova evangelizzazione la esprimono nei termini seguenti:

«La domanda circa il trasmettere la fede… non deve indirizzare le risposte nel senso della ricerca di strategie comunicative efficaci e neppure incentrarsi analiticamente sui destinatari, per esempio i giovani, ma deve essere declinata come domanda che riguarda il soggetto incaricato di questa operazione spirituale. Deve divenire una domanda della Chiesa su di sé.

Questo consente di impostare il problema in maniera non estrinseca, ma corretta, poiché pone in causa la Chiesa tutta nel suo essere e nel suo vivere. E forse così si può anche cogliere il fatto che il problema dell’infecondità dell’evangelizzazione oggi, della catechesi dei tempi moderni, è un problema ecclesiologico, che riguarda la capacità o meno della Chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda»

.

In questo intenso passaggio sono “sconfessate” senza ambiguità due illusioni:

La sfida della nuova evangelizzazione non si onora con la ricerca di strategie comunicative efficaci, ma è essenzialmente una “operazione spirituale”. Viene messo in causa “l’essere e il vivere” della Chiesa, perché essa annuncia con tutta la vita e non solo con le sue parole.

L’appello dello Spirito è un invito alla comunità perché accetti di fare di questo tempo un occasione di grazia per sé e non solo per gli altri. «Ecco, la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Os. 2,16). Un invito ai cristiani perché accolgano la chiamata a riascoltare il Vangelo come se fosse la prima volta, a riscoprire il tesoro di cui sono portatori, a recuperare lo stupore e l’amore forse appannato per l’usura del tempo. Il secondo annuncio parte da un rinnovato ascolto del Vangelo da parte della Chiesa.

In questo compito c’è però un aspetto paradossale e consolante. Non c’è un prima e un dopo: prima la Chiesa riascolta il Vangelo, dopo lo annuncia. Questo tempo di ricominciamento è invece la grazia di un cammino “insieme”, insieme con la gente, insieme con questa cultura. Mentre la Chiesa ascolta il Vangelo, essa lo annuncia; mentre lo annuncia alle donne e agli uomini di oggi, essa lo ascolta. L’aiuto ci verrà proprio da coloro con i quali prenderemo il rischio di leggere il Vangelo. Saranno loro: le donne e gli uomini di oggi, i bambini, i ragazzi, gli adolescenti, gli adulti e gli anziani; i battezzati come i non battezzati; gli europei come gli extracomunitari; i vicini come i lontani; quelli che sono in regola con la morale della Chiesa e quelli che non lo sono.

Saranno loro ad aiutarci a vedere il Vangelo con occhi nuovi, a farlo risuonare in noi con una melodia nuova, a sentirlo buono di un sapore nuovo per la nostra vita. Basta che vogliamo loro bene e vogliamo bene al Vangelo di cui per grazia siamo custodi, non proprietari.

E’ quanto ci ricorda acutamente Sant’Agostino. Rispondendo al catechista Deogratias, che si lamenta di un senso di fastidio e inutilità per dover ripetere sempre le stesse cose, così risponde:

«Se ci dà fastidio il ripetere continuamente come a dei bambini cose trite e ritrite, vediamo di adattarle con amore, paterno e materno e fraterno, ai nostri uditori e in questa unione di cuori finiranno per sembrare nuove anche a noi.

Quando ci si vuol bene, e tra chi parla e ascolta c’è una comunione profonda, si vive quasi gli uni negli altri, e chi ascolta si identifica in chi parla e chi parla in chi ascolta. Non è vero che quando mostriamo a qualcuno il panorama di una città o di un paesaggio, che a noi è abituale e non ci impressiona più, è come se lo vedessimo per la prima volta anche noi? E ciò tanto più quanto più siamo amici; perché l’amicizia ci fa sentire dal di dentro quel che provano i nostri amici»

.

La carità come parola ultima di annuncio del Vangelo

Vorrei concludere con questa riflessione. La posta in gioco per il cristianesimo è di vivere diversamente il suo sguardo nei confronti del pluralismo culturale. Esso non richiede solo un cambio di strategia prendendo atto della pluralità e adattandosi, ma una conversione che tocca la comprensione stessa della fede cristiana: la pluralità non andrebbe quindi solo patita, né semplicemente gestita, ma servita.

Il ridimensionamento della religione cattolica in Europa non è un fallimento, ma può essere letto come segno del Regno che guadagna spazio, in modalità non programmate dalla Chiesa. Nel disegno di Dio, imperscrutabile, il Regno di Dio non verrà né per inclusione (delle religioni, delle altre chiese cristiane, delle filosofie e saggezze umane dentro la chiesa cattolica) né per eclissi del cristianesimo, ma nella linea del segno, del sacramento, nella linea di un volto fraterno e fragile di Chiesa, allo stesso tempo ospitale e propositiva, che testimonia a favore di tutti, dentro un mondo plurale, la grazia di Dio Padre in Cristo per lo Spirito disponibile per tutti. La diminuzione della Chiesa non è necessariamente di munizione del Regno di Dio.

In questa prospettiva di segno, la testimonianza della fede è esplicita e implicita. La testimonianza esplicita è l’annuncio del Vangelo con le parole, nello stile che abbiamo delineato sopra.

Ma c’è una parola implicita, che alla fine risulta decisiva: quella dell’amore, della condivisione gratuita con tutti e tutte, dell’impegno comune per l’umanizzazione della nostra società. Il terreno dell’umano è la parola ultima del Vangelo.

Come vita religiosa noi ci situiamo su questo crinale tra l’annuncio esplicito del Vangelo e l’amore gratuito per tutti e tutte, al di là della loro fede e delle loro convinzioni religiose.

Vale la pena richiamare un testo di Madre Teresa di Calcutta.

«Il nostro proposito è di portare Gesù e il suo amore ai più poveri tra i poveri, indipendentemente dalla loro estrazione morale o dalla fede che professano. Il nostro metro per soccorrerli non è la loro fede, ma il loro bisogno. Noi non tentiamo mai di convertire al cristianesimo quelli che aiutiamo, ma nella nostra azione portiamo testimonianza della presenza d’amore di Dio, e se per questo cattolici, protestanti, buddisti o agnostici diventano uomini migliori – semplicemente migliori – siamo soddisfatti. Crescendo nell’amore saranno più vicini a Dio e lo troveranno nella sua bontà…

Alcuni lo chiamano Ishwar, altri lo chiamano Allah, altri semplicemente Dio, ma tutti dobbiamo renderci conto che è lui che ci ha fatti per cose più grandi: per amare e per essere amati. Ciò che conta è amare».

Madre Teresa scrive che non ha mai cercato di rendere cristiano nessuno. Il suo desiderio era che ognuno seguisse fino in fondo la propria religione, per trovarsi alla fine tutti uniti nell’amore, e quindi in Dio. Senza essere una teologa, Madre Teresa aveva questa profonda intuizione. Amava tutti, sperimentava la vicinanza universale e, a partire dalla sua fede nel Signore Gesù, diceva: “Io e le mie sorelle non facciamo niente perché altri diventino cristiani”.

Ci troviamo qui nel campo della profezia. Siamo un passo più avanti del compito di evangelizzazione, o meglio, siamo nell’esito finale dell’evangelizzazione. Siamo già profeticamente nel futuro di Dio, dove tutte le religioni avranno terminato il loro compito e con esse anche la Chiesa. La fede infatti passa, e anche la speranza. Solo la carità rimane.

In genere nella Chiesa si pensa che la carità sia il passo preliminare per preparare il terreno dell’annuncio, sia una specie di preevangelizzazione. Non pensiamo invece che essa è anche l’obiettivo ultimo dell’evangelizzazione, il suo esito finale. La carità basta, perché la carità è Dio.

La vita religiosa sa porsi allo stesso tempo nel campo del coraggio della proposta del Vangelo e in quello silenzioso della condivisione e dell’amore più gratuito. Sono due polmoni della stessa missione, due regali che siamo chiamati a fare alle donne e agli uomini di oggi.

( Fratel Enzo Biemmi, FSF)

——

1 Cfr. GOTTARDI Giovanni, Cammino ecumenico e modelli di unità, Dossier di “Evangelizzare”, n° 4, dicembre 2000.

2 GARELLI Franco, Le molte Italie della fede, in Forza della religione e debolezza della fede, Il Mulino, 1996, pp. 59-124

3 1Gv 3,20.

4 Is 55,8.

5 J. Dupuis, Il cristianesimo e le religioni. Dallo scontro all’incontro ( = Giornale di teologia 283), Queriniana, Brescia 2001, 18.

1 Cfr. GOTTARDI Giovanni, Cammino ecumenico e modelli di unità, Dossier di “Evangelizzare”, n° 4, dicembre 2000.

2 GARELLI Franco, Le molte Italie della fede, in Forza della religione e debolezza della fede, Il Mulino, 1996, pp. 59-124

3 1Gv 3,20.

4 Is 55,8.

5 J. Dupuis, Il cristianesimo e le religioni. Dallo scontro all’incontro ( = Giornale di teologia 283), Queriniana, Brescia 2001, 18.

6 Questa riflessione è la ripresa di una mia conferenza tenuta all’interno del convegno promosso dalla Facoltà teologica di Padova sui 40 anni del Documento Base : La catechesi ad un nuovo bivio? in ZIVIANI G., BARBON G (a cura di), La via italiana del cambiamento, Edizioni Messaggero Padova – Facoltà Teologica del Triveneto, Padova 2010, 65-89; La catechesi a un nuovo bivio. La via italiana del cambiamento, in Chiesa in Italia, «Il Regno. Annale 2008», 63-78, EDB 2010.

7 – ERBRICH G., Modelli di azione evangelizzatrice nella Germania dell’Est, in «Catechesi» 2009/4, Elledici, Torino, 15.

8 – TIEFENSEE Eberhard, Une troisième confession dans l’Europe occidentale. Les chrétiens et leurs voisins areligieux en Allemagne orientale, « Lumen Vitae» vo. LVI, n. 1, 2001, 41-57.

9 – Si veda il paragone significativo stabilito da Tiefensee tra Germania Orientale e il resto d’Europa rispetto a valori come la famiglia, il lavoro, il tempo libero, l’amicizia, la libertà sessuale, il divorzio e l’aborto (Ibid., 48-49).

10 FOSSION A., Dieu toujours recommencé, Lumen Vitae, 1997, 85-93.

11 E’ la prospettiva espressa da André Fossion, in particolare nel suo ultimo libro Il Dio desiderabile, EDB, Bologna  2011.

12 UFFICIO CATECHISTICO REGIONALE LAZIO, Linee per un progetto di primo annuncio, Elledici, 2002.

13 Sinodo dei Vescovi, XIII Assemblea generale ordinaria, La Nuova Evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana. Lineamenta, Libreria Editrice Vaticana, 2001, p. 12.

14 Traduzione libera a cura di Giovanni Giusti, Lettera ai catechisti «De catechizandis rudibus», EDB, 1981, 39.


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